05 mar

Prendi l’arte e fanne parte (6 minutes)

In Gravicelles, i giapponesi Seiko Mikami e Sota Ichikawa hanno installato una grande pedana bianca sul pavimento che grazie a sensori rileva i movimenti e il peso dei passanti e li proietta sulle pareti, dove grandi schermi piatti rielaborano in tempo reale i dati e ci immergono in un ambiente audio-visuale dedicato al concetto della gravità e le sue implicazioni. In Bitmirror, Tobias Grewenig ha creato uno specchio digitale che per indagare sul significato del codice Ascii (quello che converte il linguaggio in codice numerico comprensibile per la macchina) con un’installazione interattiva con tanto di proiettore e megaschermo crea ombre suggestive, tradotte in segni astratti visivi e acustici. In Se toucher toi, Gregory Chatonsky mostra in un video oblungo l’immagine di due mani sensuali che si toccano e giocano scherzi al visitatore: spostando il mouse le mani si avvicinano e si allacciano, si accarezzano, e poi continuano a farlo per i fatti loro, indipendentemente dai movimenti del mouse, spiazzando il pubblico.

Sono alcune delle opere di arte digitale viste alla originale mostra «Share Festival», allestita al torinese Palazzo Cavour. Non più quadri o sculture immutabili, ma schermi animati da flussi di dati multicolori e forme geometriche che cambiano in continuazione. Se ogni epoca ha la sua tavolozza espressiva, quella degli artisti nati e cresciuti in quest’era digitale è fatta di computer e software connessi in rete. Si chiama «Net.art» ed è al centro delle mostre d’arte contemporanea. La sua caratteristica principale è che senza Internet, non esiste. E’ l’arte di fare network. Soprattutto, un’opera di net.art è un evento comunicativo, prevede il coinvolgimento di tanti.

Non è un oggetto, ma un’operazione culturale che emoziona e fa riflettere. E per la prima volta nella storia dell’arte, il mezzo di produzione e quello di distribuzione vengono a coincidere. Nicholas Negroponte lo aveva profetizzato già dieci anni fa: con Internet «l’opera d’arte perfetta e immutabile diventa una cosa del passato». Nella net.art l’opera online si delocalizza, fluttua ed è ovunque.
«Gli artisti hanno una visione poetica delle tecnologie» commenta Simona Lodi, curatrice con Chiara Garibaldi di ToShare.it. «Questo vuole essere il festival della condivisione dell’arte digitale» spiega Lodi. «To share» dove «To» sta per Torino, ma è anche un gioco di parole, perchè affiancando «share» è voce del verbo «condividere» e sta alla base del movimento Open Source (letteralmente: «codice sorgente aperto») per la condivisione del software libero. In questo caso il software è l’arte. Che non si è solo smaterializzata: per esistere ha bisogno di una comunità che la sperimenti. I visitatori diventano coautori.

«Da queste opere vorrei che emergessero due messaggi» dichiara Domenico Quaranta, 26 anni, redattore del trimestrale bilingue Cluster, esperto di videogiochi che ha curato per ToShare.it la sezione GameScenes, dove esempi di arte figurativa si affiancano a modifiche (in gergo “patch???, pezze) d’artista ai videogiochi più comuni, e composizioni di musica elettronica suonata al Gameboy accompagnano la fruizione di videogiochi interamente sviluppati da artisti. «Da una parte che il pubblico capisse che l’attenzione sui nuovi media non è infatuazione per il nuovo, ma volontà di promuoverne un utilizzo consapevole e critico; che la miglior forma di difesa è la conoscenza, e che è proprio l’atteggiamento con cui accoglieremo l’innovazione che determinerà il nostro futuro. D’altra parte, vorrei che il mondo dell’arte aprisse gli occhi su un settore finora snobbato, comprendendo il contributo che ha dato alla storia dell’arte dell’ultimo ventennio».

Nella mostra le espressioni della creatività digitale erano accomunate dallo stesso codice, accessibili in modalità random, riproducibili senza perdita qualitativa, multimediali e interattive, nel senso che sono opere aperte, con caratteristiche dinamiche di creazione di dati al momento. Un mezzo così invadente come Internet non può non modificare profondamente gli altri media e linguaggi, la nostra percezione del mondo, la nostra vita quotidiana. Questo evento (che si allargherà durante l’anno a tutta la Regione Piemonte) è arrivato dopo altre esperienze europee: dal Transmediale di Berlino (Germania) all’Ars Electronica di Linz (Austria) al Sónar di Barcellona (Spagna).

L’artista brasiliana Giselle Beiguelman, che insegna arti visive all’Università a San Paolo (tutto il suo lavoro è online su www.desvirtual.com), autrice dell’installazione interattiva senza fili “//**Code_me_UP???, dichiara: «Interrogo il ruolo del codice nel significato della costruzione» spiega. «Il pubblico può fotografare con i telefoni o le fotocamere e spedire le immagini a uno schermo gigante via bluetooth dove vengono trasformate in matrici mobili che possono essere gestite con i comandi di mouse e tastiera, acquisendo movimenti e densità variabili». Queste “matrix??? sono il risultato di una manipolazione algoritmica fatta da un programma che converte i valori numerici dei colori “Rgb??? in misure d’altezza. Il programma è “open source??? ed è scaricabile dal sito, chiunque può riprodurre la stessa azione dovunque.

La differenza tra “networked arts??? e arti non connesse è che nell’arte connessa si ha a che fare con interfacce, invece che con superfici: il messaggio è l’interfaccia e questo implica scelte politiche – quali sistemi operativi, open source oppure proprietari – e cambiamenti culturali: la cultura digitale si basa sui bit non sugli atomi dei mattoni, per cui «dovremmo esplorare le sue possibilità di mappatura delle informazioni anzichè cercare di copiare la cultura analogica, stampata e audiovisiva». Per Beiguelman il concetto di condivisione della conoscenza implica un esercizio di generosità intellettuale che convalida il ruolo dell’autore con il potenziale d’uso e di distribuzione della sua creazione.

«Artista digitale significa che non posso che fare in Rete le mie cose» dichiara Sergio Messina, che ha iniziato la sua attività nel ’75, all’alba della radiofonia privata italiana, e nasce come artista musicale della cultura del «copia e incolla» (www.radiogladio.it e www.radiogladio.it/fosforo/). Al Piemonte Share Festival ha invitato il pubblico a portargli le proprie chiavi Usb, su cui ha copiato la musica dal suo laptop: una provocazione, per dimostrare che «condividere fa parte del naturale istinto degli artisti».

Per dirla con Carlo Infante, autore del libro «Performing Media – La nuova spettacolarità della comunicazione interattiva e mobile» (Novecento Libri, 191 pagine, 15 euro): la net.art «non presuppone consumatori passivi con occhi contemplativi, ma soggetti dinamici che frequentano la rete agendo in maniera tattile, prendendo, cliccando. Così come lo spazio fisico lo si scopre attraversandolo con il corpo, lo spazio digitale si rivela in una navigazione caratterizzata da una sensorialità da sperimentare». Dopo il museo e il medialab, arrivano i «performing media», laboratori di prodotti mutanti e collettivi. Da condividere.

(Anna Masera)

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